È vero vincere non è la cosa importante ma avere un così prezioso riconoscimento del proprio progetto educativo sì!
Grazie agli insegnanti Sara e John per la documentazione che ci ha portato alla vittoria.
Grazie a tutti gli insegnanti e le educatrici che hanno abbracciato questa sfida educativa insieme a me.
Grazie ai genitori che ci permettono con la loro fiducia di provare a cambiare un pochino il mondo per i bambini.
Grazie ai bambini per essere sempre come sono.
Grazie Bambini e Natura per il nutrimento che porta nella comune sfida di riconnettere i bambini alla Natura.

Ecco la motivazione del Primo Premio che ci riempie di orgoglio:
Primo premio al progetto educativo “Diario di un’avventura di educazione in natura” del Nido e della Scuola dell’Infanzia La locomotiva di Momo di Milano per l’impegno pluriennale ad offrire occasioni in natura a bambini di città, trovando strategie diversificate di esplorazione ed educazione all’aperto a partire da un condominio.

VISITA LA PAGINA DI BAMBINI E NATURA, CLICCA QUI

_mg_2602Lavorare nell’educazione dei bambini richiede costantemente agli adulti di porsi domande, molte delle quali nascono proprio da come i bambini sono percepiti dalla società adulta.

Oggi al termine bambini è spesso associata la parola libertà, cioè si sente spesso parlare del fatto che i bambini sono troppo liberi. Nei ristoranti compaiono adesivi free-kids, che significa che ai bambini è precluso entrare. Libertà avrebbe generato maleducazione. Del resto quanti di noi hanno sperimentato l’inesistenza del no per molti bambini.

Eppure Maria Montessori aveva ben chiarito cosa volesse dire crescere essere umani liberi, progressivamente indipendenti dagli adulti, perché capaci di essere responsabili. L’indipendenza nei fatti e nei pensieri è il terreno fertile alla libertà in senso lato. La domanda principale è: siamo sicuri che i bambini di oggi siano liberi di essere sani portatori della loro infanzia? Sono liberi già a 2 anni di usare smartphone e tablet eppure ancora a 4 gli si nega di lavarsi da soli! La mia impressione è che il controllo a distanza degli adulti sia la nuova gabbia dei bambini: anche da molto piccoli i bambini si ritrovano ad avere agende quotidiane fitte di impegni, fotografati da tate in ogni momento per inviare messaggi tranquillizzanti ai genitori; A scuola il controllo si esercita con la pretesa di seguire costantemente i progressi del proprio bambino, aspettando prestazioni che mettano a tacere i sensi di colpa. E i bambini crescono sapendo che devono essere per compiacere gli adulti. O crescono accettando ciò che gli viene raccontato, perché non c’è spazio e tempo per porsi domande e rimanere sospesi nel desiderio di conoscere, il conflitto cognitivo fa paura e ai bambini vanno date le risposte subito, qualora osino chiedere. Gli si lasciano scegliere i vestiti da indossare al mattino, si chiede loro se vogliono o no un fratellino, se piace la scuola prima di iscriverli: una finta libertà è riservata ai bambini, perchè in realtà li appesantisce di responsabilità che sarebbero degli adulti. I bambini oggi hanno bisogno di essere alleggeriti da aspettative, pre-giudizi e fardelli che rischiano di tarpare loro le ali. Vanno salvati dalla dicotomia che da un lato li adultizza, dall’altra impedisce di fare e fare e fare per imparare ad essere.

Il progetto educativo di un nido e/o di una scuola d’infanzia è un veicolo potente di cambiamento, può dare luogo a processi evolutivi non solo dei bambini ma anche degli adulti.

Il tema della libertà dei bambini è un nodo centrale della progettazione educativa, definisce i confini dell’itinerario che si vuole intraprendere. Itinerario è una bella metafora perché tiene in sé l’idea di un  territorio in cui muoversi, di tappe, di tempi soggettivi di percorrenza, di strade alternative, di una o più mete; consente di immaginare un cammino singolo o di gruppo e soprattutto conserva il valore della scoperta. Come educatori dobbiamo soprattutto fare questo, tracciare per e con i bambini itinerari di conoscenza, in cui lo stupore sia una condizione anche per gli adulti. I Tempi dell’apprendimento, i Contesti dove esso avviene, i Modi che determinano l’accesso alla conoscenza, la relazione fra l’Adulto ed i Bambini, sono i nodi attorno a cui sviluppare progetti in cui la progressiva indipendenza dei bambini dagli adulti sia protagonista. Possiamo/dobbiamo mettere in evidenza, ai genitori, quanto l’apprendimento sia frutto di una strategia condivisa tra i bambini, in gruppo, quanto tenere aperte le domande sia propulsore di attività investigative da parte dei bambini, anche piccolissimi, quanto accogliere e valorizzare gli errori motivi a progredire, quanto non avere fretta di risposte induca ad approfondire, a tentare strade nuove. Possiamo/dobbiamo condividere quanta ricchezza educativa ci sia nella spontaneità delle scoperte, quanto la curiosità sia il motore primario del desiderio di conoscere, e come non vada spenta bombardando di stimoli ma al contrario dando attenzione alle piccole cose dell’ordinario intorno a noi; quanto facilitare azioni quotidiane di cura verso sé stessi, verso i propri giochi, le proprie cose, siano azioni propedeutiche all’autostima; quanto non intervenire con giudizi adulti nelle contese dei bambini ma lasciare che trovino soluzioni, apra la strada al sapersi gestire nelle relazioni. Quanto rispondere alle domande dei bambini, anche a quelle che sembrano banali o senza senso (che poi quasi mai lo sono), con ulteriori domande tipo “tu cosa ne pensi” “è una domande interessante, vediamo quali risposte ci potrebbe essere”, è la migliore vitamina per costruire un atteggiamento desideroso di imparare; quanto interrompere il gioco di un bambino, in età di nido, per mostrargli altro sia un attentato alla concentrazione, a quell’indole da scienziati connaturata all’infanzia che va tenuta alta perché si consolidi in forma mentis. Le agenzie educative dell’infanzia hanno dunque una grande opportunità di rendere visibili i vantaggi di un’educazione alla libertà, che nulla centra col lasciare i bambini fare ciò che vogliono, piuttosto accompagnarli a volere fortemente, a coltivare passioni, ad esprimere opinioni, a crescere lontani da stereotipi, forti del proprio pensiero, originale e diverso da quello degli altri, oppure simile ma per scelta.  In ultimo c’è un tema urgente per chi, come me, lavora in una grande città, ed è l’accessibilità dei bambini alle esperienze in natura. Il tema della libertà in questo caso si allarga ad una riflessione quasi roussoiana. E’ inquietante che i bambini si sentano a loro agio nel maneggiare smartphone e tablet e meno nel rotolarsi sulla sabbia del mare. Non sentirsi liberi nei contesti di natura preclude alle esperienze più autentiche della vita, prefigura ostilità verso il pianeta che ci ospita, ed è un sentimento paradossale, quasi incompatibile con la vita. I bambini, dalla nascita, mostrano attenzione ai fenomeni naturali, i più casuali, dal raggio di luce che filtra all’erba che penetra dal marciapiede, d’istinto si tuffano nei campi di graminacee e sanno arrampicarsi sugli alberi. Ognuno coi suoi tempi elabora un personale rapporto con la natura, se ne sente parte sviluppando un senso di appartenenza universale. Anche di questo è bene occuparsi oggi se parliamo di libertà e di esperienze che la promuovano, in senso  epistemologico. Esercitare una progettazione educativa a partire dalla natura, accogliendone i misteri, è oggi il miglior contesto per generare un apprendimento che liberi sia adulti che bambini da gabbie e condizionamenti. Crescere liberi cioè è essere responsabili di sé e dell’ambiente che ci ospita.

Scritto da Cinzia D’Alessandro per la rivista “Bambini”, sett 2016

Chi ha paura dei bambini?

 

Il grande clamore e consenso mediatico suscitato dalla vicenda che mi vede coinvolta in prima persona, regala speranza e fa bene a tutti noi della Locomotiva di Momo.

Sento il bisogno di gettare il cuore al di là dell’ostacolo e dire delle cose, per i bambini, i nostri e quelli degli altri nidi e scuole.

Si è parlato tanto del “rumore della vita” e del diritto dei bambini a vociare, si è detto che le loro voci sono espressioni di gioia e di una vitalità che non va castrata.

Sono d’accordo ma ho una tale fede nel libero pensiero da poter accettare che non per tutti le voci gioiose dei bambini siano fonte di gioia, come lo è  invece per me.

Nel caso specifico della Locomotiva di Momo, però va detto a chiare lettere che le voci dei bambini non si sentono nel condominio, perché i bambini trascorrono l’intera giornata all’interno di mura insonorizzate, talmente bene, che nemmeno tra una classe e l’altra si sentono suoni. Peraltro la struttura è talmente grande che è anche difficile a chi entra, realizzare la capienza.

I bambini della Locomotiva di Momo non hanno accesso ad alcun cortile condominiale, dunque non ci sono momenti di utilizzo dello spazio comune che possono far godere o dispiacere delle loro voci.

Esiste un piccolo giardino, con una bellissima vasca di pesci, ma loro non hanno nemmeno il diritto di avvicinarvisi, come un cartello posto il giorno dopo l’apertura del nido ha ratificato.

Nessun vociare dunque, né corse sfrenate, né risate, né pianti. In quel luogo vige il silenzio, almeno fuori dalle mura del nido-scuola.

Dentro invece la vita brulica e i bambini, nei piccoli gruppi d’età si dedicano al loro lavoro: giocano e giocando imparano a conoscere gli altri, se stessi e il mondo.

Imparano anche le regole per stare bene insieme: si riuniscono in assemblea ogni mattina e scoprono che se si parla a turno, la qualità dell’ascolto migliora e c’è spazio per dire la propria. Lo fanno fin da piccolissimi, perché in una struttura educativa accompagnare i bambini a scoprirsi liberi, in confini certi, è un valore fondamentale.

Imparano anche a litigare bene, giorno dopo giorno scoprono che dai conflitti si può uscire, dialogando, trovando accordi, negoziando e così sostituiscono alle mani le parole.

Soprattutto vengono ascoltati, così da sentirsi padroni di esercitare un pensiero critico, di credere che lo stupore, di cui sono geneticamente dotati, sarà la risorsa su cui costruire futuro; dall’ascolto nascono le domande e di solito sono talmente provocatorie che noi insegnanti non abbiamo immediate risposte.

Vi siete mai chiesti se gli alberi sono maschi o femmine? I bambini ce lo hanno chiesto, poiché gli alberi del parco antistante la scuola sono presenze radicate nella loro quotidianità. E la risposta scientifica, è ben diversa da quella che il senso comune avrebbe dato.

I bambini pensano grande, dice Franco Lorenzoni, un grande maestro di scuola elementare, e pensano fin da piccolissimi, da quando nascono e forse prima.

Ma per pensare i bambini, e per tradurre il pensiero in progetto, perché diventi un’esperienza condivisa e duratura, perché crei un ponte verso l’apprendimento, cercano la quiete, prediligono il piccolo gruppo e sono capaci di trascorrere tempi lunghi nelle loro indagini, a 6 mesi come a 4 anni, a giocare con un tubo e una pallina, sperimentando l’equilibrio, così come nei tentativi di scrittura.

Questo fa un nido-scuola d’infanzia : consente ai bambini di appassionarsi alla propria unicità, di persona e di pensiero, coltiva il voler bene a se stessi e il riconoscere negli altri la più importante risorsa.

Su questo scommettono i genitori che decidono di investire nell’educazione dei figli affidandoli ad una struttura privata, anche affrontando sacrifici economici.

Da cosa può nascere allora l’atteggiamento ostile nei confronti dell’attività del nido-scuola e dei bambini, se non dall’inesistente vociare?

Io credo che nasca dalla vista dei bambini, perché i bambini non sono invisibili, anche zitti non puoi non notarli. In questo senso trovo che siano dirompenti e magari fastidiosi, hanno il futuro nel DNA e sono potenzialmente portatori di cambiamento.

Ti costringono a riflettere sulla vita che va e su come l’hai spesa e, se i conti non tornano, a realizzare che il Tempo è stato speso male.

I bambini disturbano perché sono capaci di scrivere messaggi d’amore agli alberi di fronte alla scuola, perché sanno stare alle regole più degli adulti e quando le hanno fatto proprie si battono perché vengano rispettate. E perché quando iniziano ad avere parola, spesso ci fanno vergognare della nostra pochezza.

Quanto ci sta accadendo è un po’ scritto nel destino di Momo, la fiaba di Michael Ende a cui il nome del nido-scuola si ispira: la lotta di una bambina contro i Signori Grigi, nebbiosi, freddi e insinuanti che possono trasformare la vita in un vuoto insensato e ripetitivo e il cuore umano in un luogo sterile e chiassoso.

Dice Ende agli adulti:  “Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo.”

Il cuore dei bambini batte il tempo lento dell’infanzia, e scandisce un ritmo che stona con la frenesia della vita adulta a cui la città ci assoggetta.

E’ ora che il cuore della nostra città sappia ascoltare il battito del cuore dei bambini e accoglierlo in armonia nel suo grande tessuto.

 

Cinzia D’Alessandro, fondatrice e responsabile pedagogica della Locomotiva di Momo._MG_9583 1

_MG_5150La giornata trascorsa nell’oasi naturalistica di Salvaraja, con i bambini della scuola d’infanzia, quindi di 3,4 e 5 anni, mi ha portato a fare numerose riflessioni, sulle modalità con cui i bambini hanno mostrato di vivere l’esperienza. Tante sono le parole con cui si possono descrivere gli atteggiamenti in quel contesto : curiosità, entusiasmo, allegria, gioia, esaltazione, ma io mi soffermerò su quello che più mi ha colpito, cioè Spontaneità.
Quello che andrò a dire riguarda i bambini nella loro globalità, poiché è stata un’esperienza dove i sentimenti generali sono stati condivisi da tutti.
Una volta scesi dal pullman i bambini si sono lanciati correndo sul prato che li ha accolti, hanno subito percepito, forse alcuni ricordato, che è un prato invitante, di quelli dove se non corri ti stai perdendo qualcosa.
Hanno accettato la proposta di percorrere il bosco per conoscerne i segreti e vi si sono avventurati con fiducia, chi tenendo per mano un amico, chi per conto proprio. Tutti con orecchie e sguardi sempre in movimento, tutti intensamente predisposti al dialogo con il luogo, attraverso il toccare, il guardare da vicino, l’ascoltare rumori, l’annusare.
Senza bisogno di istruzioni particolari, i bambini hanno individuato preziosi reperti da conoscere e anche da portare con sé: foglie di diverse dimensioni e colori, bacche, cortecce, muschio, ma anche piccoli e sottili legnetti così come grossi rami , sono stati investiti di importanza e classificati come meritevoli di essere portati a scuola. _MG_5082
Al di là delle proposte conoscitive sollecitate dalle brave guide, ciò che più mi ha colpito è stata la naturalezza dell’incontro tra i bambini e il luogo, per i più del tutto nuovo.
Che linguaggio parla la Natura ai bambini perché essi vadano fiduciosi tra le sue braccia?
Avete mai incontrato un bambino che abbia paura di un prato? O di raccogliere un soffione o toccare la pelle degli alberi?
E’ più facile incontrare adulti timorosi dei pericoli in agguato in un campo di grano, mentre i bambini in natura sentono di potersi esprimere in modo spontaneo. Quando un bambino è spontaneo, qui intendo non condizionato dagli adulti, in un contesto di natura vuole esserne parte. C’è chi corre a perdifiato, chi si abbassa fino a terra per meglio osservare, chi si organizza con l’amico del cuore per raccolte raffinate di materiali.
Non ha davvero importanza il “cosa” i bambini facciano ma certo è che non va loro spiegato nulla e se li lascia liberi di incontrare sanno trovare grandi tesori.
Soprattutto i bambini riconoscono subito l’autenticità del luogo naturalistico e sembrano volerci entrare in sintonia. E’ come se un senso di gratitudine li invadesse e tirasse fuori il meglio da loro. Questo è l’effetto della Natura sui bambini, in effetti i bambini in natura sono all’ennesima potenza. _MG_5210
Alcuni bambini quel giorno hanno trovato se stessi, o almeno quelle parti di sé che erano rimaste nascoste e hanno potuto rivelarsi in quel luogo, generatore di pulsioni positive, di nuovi e potenti modi di stare. Così è successo che bambini che, fino quel giorno avevano richiesto la vicinanza dell’insegnante, a contatto col bosco si sono rivelati straordinariamente autonomi, coinvolti e dediti a vivere con intensità l’esperienza, quasi travolti dalla tanta eccitazione da faticare all’ascolto.
Delle tante immagini di quel giorno, quelle che più ricordo riguardano proprio i tempi in cui i bambini hanno potuto organizzarsi liberamente, fuori dalle proposte, pur bellissime delle guide: eccoli allora dirigersi spontaneamente in un campo e dissertare su mucchi di soffioni, trovare in un fossato il luogo ideale per una congrega, preparare nidi per uccellini che hanno perso la casa, e di nuovo correre con la gioia nei piedi.
Anche l’incontro con il mio cane, Margherita, la bulldog inglese ormai mascotte della nostra scuola, è stato caratterizzato, per quasi tutti i bambini, da una sorprendente spontaneità e fiducia.
Molti bambini hanno voluto abbracciarla, letteralmente, e sembravano trovare una gratificazione speciale al contatto col suo morbido corpo. C’è chi l’ha baciata più volte, stringendosi a lei, e tutti hanno voluto starle vicino o solo accarezzarla.
Bambini solitamente timidi nelle relazioni con gli altri hanno trovato con Margherita una grande sintonia e sono usciti rafforzati dall’incontro con l’animale che, accogliendo e accettando con piacere le attenzioni, ha restituito positività, gratificando l’autostima. E’ come se Margherita avesse consentito di spostare l’attenzione verso l’esterno, da sé all’altro, in questo caso il cane, alleggerendo i bambini.
_MG_5144_MG_5143

Inoltre l’effetto positivo dell’ambiente ha riguardato anche Margherita stessa che quel giorno sembrava sentire una particolare sintonia con l’habitat ospitante, fatto che ha forse influito sul generale atteggiamento di fiducia dei bambini. Margherita infatti, dando chiaramente segnali di trovarsi a proprio agio, se ne andava in esplorazione con scioltezza nel bosco. Questo fatto ha preoccupato i bambini che più volte mi hanno fatto notare quanto Margherita si allontanasse da noi, in realtà di pochi metri. Ecco allora che il cane è diventato oggetto di cura dei bambini, meritando le loro attenzioni su un tema a cui noi abbiamo rivolto le nostre verso di loro: attraverso Margherita i bambini hanno percepito l’importanza del non allontanarsi. _MG_5153
L’empatia sembra essere allora la chiave interpretativa di questa giornata, la capacità di entrare in dialogo con il luogo, con l’animale e con se stessi, di ascoltare i segnali benefici e di farli propri, addirittura usarli per agire un cambiamento, in modo inconscio, ma un reale cambiamento che è rimasto nei giorni a venire. Stare bene in natura per alcuni bambini ha significato ritrovare la capacità di stare bene in autonomia, anche a scuola.
La Natura può essere una grande maestra per i bambini ma può insegnare altrettanto a noi adulti, può regalarci sguardi inediti sui bambini e costringerci ad ascoltare bisogni infantili spesso oscurati, come quelli del gioco assolutamente libero da noi, dalle nostre proposte, paure e limiti. Enjoy the Nature.

articolo di : Cinzia D’Alessandro

parcolambroI bambini di oggi saranno gli adulti di domani, i bambini di oggi saranno gli uomini di domani e le bambine saranno le donne. Lo sentiamo dire spesso, persino negli slogan pubblicitari , ma ci domandiamo cosa voglia dire fino in fondo? Che legame c’è tra il qui e ora del bambino e l’adulto che sarà? E soprattutto come interpretiamo l’educazione delle bambine e dei bambini così che delle nostre scelte di oggi ne beneficino, un domani, loro e la società tutta?
In un momento storico in cui la condizione della donna in Italia e nel mondo è ancora ingiustamente brutalizzata e penalizzata è più che mai doveroso preoccuparsi di quali modelli trasmettiamo ai bambini, che nella crescita sviluppano un’identità di genere: già perché anche il genere è apprendimento, nel suo essere l’interpretazione sociale del femminile e del maschile.

Che donna e che uomo sarò dipende da che esempi adulti ho, da quali valori/modelli culturali mi trasmettono, da quali giochi posso/non posso fare, in quale contesti sociali posso esercitare la mia crescita come bambina e come bambino, cioè che idea mentale e sociale mi faccio dell’essere femmina e dell’essere maschio.
Pensare alle donne di domani, augurare loro una migliore qualità della vita, pari a quella degli uomini in termini di opportunità, significa oggi fare scelte ben precise con le bambine e con i bambini.
Come nido-scuola ne abbiamo fatte alcune , il cui valore primario sta nell’idea che crescere sia avere rispetto di sé e degli altri, ma che si rivelano incidere profondamente sullo sviluppo della coscienza di genere.
Non esistono differenti proposte per bambini e bambine, né giochi con etichette al maschile o femminile. I contesti didattici sono un invito al gioco per tutti e in questa libertà di sperimentazione i bambini spontaneamente giocano con le bambole, alla “parrucchiera”, si travestono con stoffe e gioielli, così come le bambine giocano a costruire navi, torri e con macchine e camion. Mentre lo fanno non c’è un adulto che si stupisce o fa notare che “questo è un gioco da femmine/da maschi”.
La dimensione della cura riguarda tutti : il riordino e la tenuta dei materiali, l’apparecchiatura della tavola, sono incombenze a quest’età piacevoli ma hanno delle influenze a lungo termine, sui futuri comportamenti nella distribuzione dei compiti
matematica apparecchiatura
Tutto questo non preclude una chiara costruzione dell’identità di genere: i bambini nel crescere si percepiscono diversi e ce lo raccontano, notano da soli le differenze fisiche che sempre più li caratterizzano così come si accorgono che fare la lotta è un attività di cui sentono il bisogno i maschi. Crescono però sapendo che le opportunità sono pari e lo sono anche i divieti : non possono farsi male i maschi se lottano ma nemmeno le femmine, il non farse male è un valore assoluto che va imparato e deve valere per tutti.
A scuola crediamo che i bambini e le bambine siano portatori di pensieri e teorie sulle cose interessanti da ascoltare, l’assemblea serve a far sentire i bambini in diritto di parola: ogni bambino, ogni bambina sa che può esprimersi e sarà ascoltato, sa che quello che ha da proporre dovrà essere accattivante per gli altri, quindi impara che meritare attenzione, piuttosto che ricoprire un incarico richiede impegno e assunzione di responsabilità: è la meritocrazia che va di pari passo con le pari opportunità. Essere ascoltati nel parlamento dei bambini non dipende dal sesso, né dai vestiti che indosso, : dipende solo dalla disponibilità che si impara ad avere verso gli altri, e dalla fiducia in se stessi, così come non parlare non è vissuto come un limite.
Ai bambini insegniamo soprattutto il valore del linguaggio delle emozioni, anche perché crediamo che la valorizzazione dell’intelligenza emotiva sia alla base di ogni reale cambiamento in positivo, soprattutto quello necessario nei confronti delle donne. Fin da piccolissimi al nido, il pianto, la malinconia, la rabbia, trovano un nome nelle parole delle educatrici, gli stati d’animo vengono riconosciuti e messi in parola e i bambini si sentono accolti e trovano modo di conoscere e riconciliarsi con i loro sentimenti. A scuola il lavoro sulle emozioni continua, accompagnando i bambini a dotarsi di uno sguardo empatico e di un vocabolario che si arricchisce di parole come “paura”, “mancanza”, “tristezza”: abituarsi fin da piccoli a riconoscere ed esprimere le emozioni negative e positive è la miglior forma per prevenire distonie nella comunicazione e nelle relazioni, nonché incapacità di gestire rabbia e frustrazione.
Così come vedere riconosciuta e valorizzata la gentilezza, il garbo, la delicatezza di un gesto o di un pensiero, il romanticismo di certe espressioni di cui i bambini sono capaci è un ottimo modo perché soprattutto i maschi crescano pensando che sapere esternare buoni sentimenti è una qualità dell’essere umano e nulla ha che vedere con la virilità.
Tanto quanto è importante per una crescita non condizionata, lasciare che le bambine gioiscano ad indossare luccicanti vestiti da principesse ma favorire e sostenere che si lancino a saltare nelle pozzanghere senza parsimonia e non farle sentire in colpa se si strappano i pantaloni per aver conquistato una salita su un albero.
Ci possiamo immaginare quanto questo alfabeto emotivo ed esperienziale potrà fare le differenze nei rapporti tra i futuri uomini e donne.
Nel giorno della festa della donna voglio augurare a tutte le nostre bambine di conservare intatta la determinata femminilità che sta caratterizzando la loro infanzia felice, ed ai bambini di essere portatori di un cambiamento, portando nel mondo la gentile intelligenza che ce li fa amare ogni giorno.
Cinzia D’Alessandro

blog (FILEminimizer)Il primo anno di vita dei bambini è ricco di cambiamenti e trasformazioni. E’ un periodo impegnativo che richiede soprattutto alla neomamma un grande sforzo fisico e mentale; possono nascere a volte dubbi e incertezze.
È bellissimo e naturale, ma faticoso.
E’ in questi momenti che si ha bisogno di parlare con qualcuno, di confrontarsi su ciò che sta succedendo, di avere informazioni per affrontare con più serenità, le normali difficoltà.
Per supportare al meglio le mamme, che hanno bimbi sotto l’anno d’età, e stanno vivendo l’ambientamento da gennaio 2015 abbiamo organizzato alcuni incontri con Eleonora, ostetrica di 30ennale esperienza.

Perché l’ostetrica al nido?
L’ostetrica è la professionista che, per le caratteristiche specifiche del suo profilo professionale, può rispondere alla globalità dei bisogni della madre e del bambino, come persone intere, senza separare ciò che accade nel corpo, nella mente e nel “cuore”, facendo emergere le risorse di quella mamma, di quel bambino, di quella famiglia.
La possibilità di supportare la relazione madre-bambino, affrontando assieme ai genitori i comuni problemi (pianto, coliche, allattamento, crescita, sonno…) -mai banalizzandoli- costituisce un elemento di benessere e di sostegno per genitori e bambini.
In questi incontri l’ostetrica ha ascoltato i racconti, i vissuti delle madri senza mai giudicare le storie di vita di cui ognuno è portatore, condividendo con i genitori le sue conoscenze sulla fisiologia e anatomia del bambino.
I temi su cui le mamme si sono confrontate, raccontate, interrogate sono relative al particolare momento di sviluppo del loro bambino: svezzamento, allattamento, modificazione ritmi del sonno, gestione malattie….
Nei confronti con l’ostetrica sono emersi i ricordi del parto, raccontare l’esperienza della nascita, ripercorrendola, permette di “mettere in ordine”, dare un senso, a ciò che è successo, soprattutto quando il parto è stato diverso dalle aspettative.
Poter esprimere, oltre alle emozioni positive di gioia, stupore meraviglia che accompagnano molte nascite, anche le emozioni negative che talvolta si accompagnano a parti difficili, in cui la donna non si è sentita capita, non ha compreso il senso delle procedure a cui è stata sottoposta, non è stata ascoltata nei suoi bisogni, o semplicemente, pur essendo andato “tutto bene” si è trovata di fronte ad un’esperienza che immaginava diversa, permette di innescare un movimento di rielaborazione dell’esperienza del parto.
Il racconto del parto permette all’ostetrica di spiegare procedure o manovre che non sono state comprese, oppure esiti del parto che vengono amplificati, spesso a causa di una comunicazione inadeguata da parte degli operatori sanitari.

Visti gli esiti positivi dei primi due incontri abbiamo deciso di invitare periodicamente l’ostetrica al nido e di estendere l’invito alle mamme in attesa.

Crediamo che l’ingresso dell’ostetrica nella nostra equipe sia un valore aggiunto che permetta di mettere insieme sguardi e professionalità differenti che hanno il comune obiettivo di accompagnare bambini e famiglie nei primi e importantissimi anni di vita.

Giovanna Ambrosone

8Sull’inopportunità del termine “cattivo” rivolto ai bambini siamo ormai più o meno tutti d’accordo : i bambini piccoli sono in una fase di conoscenza di se stessi, di costruzione dell’identità, si riconoscono in ciò che noi gli attribuiamo e si rischia, con qualsiasi appellativo, di cucire loro addosso un vestito che si faranno andare bene. Come dire “cattivo mi chiami, cattivo sono”; del resto i bambini farebbero di tutto sia per accontentarci che per avere la nostra attenzione, anche essere cattivi se fa al caso loro .

Il modo migliore perché crescano costruendosi un sistema di valori che li orienti nelle azioni è aiutarli a distinguere la bontà o meno dei comportamenti , lo sbaglio è nell’azione, nel comportamento di quel momento, non nel bambino.

DSC_0932Quindi va bene dire : “non si butta la pasta per terra , non si lanciano i giochi in testa agli altri, non si spinge, hai fatto una cosa che proprio non posso accettare, ti sei comportato male…” e meglio ancora dire “nessuno di noi fa questo, non farlo neanche tu”; è importante che il bambino capisca che la maggioranza delle regole riguardano anche i grandi, non sono fatte solo per lui ma servono a stare bene insieme, adulti e bambini.

Ci vuole tempo, perseveranza e pazienza degli adulti, perché un bambino capisca la differenza tra azione corrette e azioni non corrette: evitiamo quindi frasi ricattatorie del tipo “ se non fai questa cosa non ti voglio più bene, oppure se la fai ti voglio tanto bene”. Di poche certezze ha bisogno un bambino per crescere sereno e la prima è l’indistruttibilità dell’amore dei suoi genitori, e delle persone a cui è delegata la cura.

Dall’altra faccia della medaglia, (o forse dalla stessa ?), c’è la parola “bravo”/ “brava”: ma come?, direte voi, non siamo nell’epoca in cui, da ogni fronte, si insegna ai genitori l’importanza di far sentire amati e stimati i propri figli? Assolutamente sì, proprio per questo la parola bravo andrebbe usata con parsimonia.

Avere stima di sè ed essere fiduciosi nelle proprie capacità e competenze presuppongono il sapersi auto-valutare, cioè la sicurezza di essere padroni di qualcosa di buono, di aver realizzato un buon lavoro, di avere una buona idea da portare avanti, una teoria meritevole di ascolto, qualcosa di cui si è convinti e fieri a prescindere dal giudizio degli altri.

La parola “bravo” al giorno d’oggi risuona nelle comunicazioni tra genitori e bambini come i rintocchi delle campane, è diventato quasi un mantra da recitare di fronte ad ogni disegno, ad una pietanza finita, ad ogni piccolo gesto nuovo.

I bambini piccoli necessitano dell’approvazione degli adulti?

Non proprio, invece ciò di cui hanno più bisogno è di “ascolto”, cioè di attenzione a cosa in quel momento ci stanno comunicando. Se ci portano un disegno è più importante osservarlo, far sentire al bambino che siamo partecipi e capire se lui è soddisfatto di ciò che ha realizzato; per molti motivi dire bravo non è sufficiente e può anche diventare dannoso, vediamo perché:

  • Se il nostro obiettivo è che il bambino cresca avendo stima di sé “bravo” è la parola meno indicata, poiché è una parola che porta il bambino a dipendere dal giudizio degli altri, degli adulti; quindi sono bravo a seconda di chi mi rivolgo o di chi mi ascolta. Inoltre si rischia di innescare una relazione per cui il bambino fa le cose per avere l’approvazione, la gratificazione degli adulti, invece il motore dell’apprendimento e della scoperta deve essere individuale. Dalla curiosità nasce la voglia di indagare e di fare, dalla libertà d’espressione nasce la creatività, dalla gioia che metto in queste cose nasce una personalità equilibrata e sicura di sé.
  • Se in ogni circostanza della sua vita il bambino riceve di continuo complimenti tipo: “sei stato bravissimo”, anche solo per un saltino da un marciapiede, non imparerà a dare il giusto valore alle cose, alcune meritano davvero apprezzamenti, altre non è detto, alcune invece andranno rifatte meglio. Aiutare un bambino a crescere fiducioso nelle proprie capacità significa farlo sentire appropriato anche di fronte all’insuccesso, all’errore, a qualcosa di mal riuscito. E’ proprio in questi momenti che i bambini hanno bisogno di trovare comprensione e complicità nei genitori. Sentirsi accettati anche se non si riesce a fare qualcosa è motivante e porta serenità nel fare. Viceversa crescere pensando che la cosa migliore da ottenere sia sentirsi dire “bravo” è un peso grande da sopportare.

I bambini necessitano di comprensione profonda, di partecipazione ed empatia, hanno bisogno di essere presi sul serio quando con impegno e serietà ci portano i loro lavori o ci raccontano le loro storie. Nello stesso modo quando da molto piccoli fanno le prime fatiche nel cercare di mangiare da soli, nei primi giochi di esplorazione, o nei primi passi: abituiamoci fin da quando sono piccolissimi a usare una comunicazione emotiva complessa e articolata, il nostro vocabolario ce lo consente.

Se iniziano a camminare diremo : “che gioia vederti camminare! Ho tanto immaginato questo momento, mi emoziona moltissimo!”, se riescono a fare la prima volta una torre : “hai visto che ti sei tanto impegnato e ce l’hai fatta da solo a costruire la torre, ora puoi farlo anche altre volte”; se mangiano la prima pappa: “bene, sono proprio contenta che ti sia piaciuta”; e se vi fanno vedere il balletto che hanno imparato al corso di danza : “beh sono proprio contenta che ti stai appassionando alla danza, è faticoso ma vedo che riesci davvero bene e soprattutto che ti piace”… e se invece vi portano qualcosa che è mal fatto : “non devi per forza fare questa cosa, si vede che non ne avevi voglia sai? Io so che puoi farla molto meglio, domani ci riprovi”

E così via, la lingua italiana offre un ventaglio di aggettivi molto interessanti da usare con i bambini, per descrivere il loro impegno, la qualità delle cose, l’attenzione dedicata, la bellezza, l’originalità che contraddistingue le loro creazioni

Esercitatevi e “bravo e brava” ve li dimenticherete in breve tempo.

Cinzia D’Alessandro

 

La copia dal vero di un finocchio: una metafora di come un bambino approccia l’esperienza e con l’incoraggiamento dell’insegnante le impressioni prendono forma

non si osserva solo con gli occhi

la forma e le righe del finocchio

  Il finocchio ri-disegnato dando unità ai particolari precedentemente individuati